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Nov 10th, 2010 byAfricaTimes |
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Morire di maternità |
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In molti paesi avere un figlio può essere pericoloso: secondo il nuovo rapporto dell’Unicef, più di mezzo milione di donne muore ogni anno nel mondo in seguito a una gravidanza o a un parto difficili. “Mentre dal 1990 il numero delle morti dei bambini sotto i cinque anni si è ridotto, la mortalità legata alla maternità rimane un grosso problema”, spiega il documento. La mortalità materna è spesso associata a una forte mortalità neonatale: ogni anno quasi quattro milioni di bambini muoiono nei 28 giorni successivi alla nascita. Molti di loro muoiono poco dopo la madre. Secondo alcune ricerche condotte in Afghanistan, il 74 per cento dei bambini nati vivi da una madre deceduta dopo il parto non sopravvive. |
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| In Africa è viva la speranza | ||||||
Dalla fine dell’era coloniale, negli anni sessanta, molti leader africani hanno promosso grandi progetti per i loro paesi e per l’intero continente. Ma quasi sempre hanno fallito. La storia africana è piena di speranze finite nel nulla. |
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Appello contro le deportazioni in Libia Appello ![]() |
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Il vertice della Nazioni Unite sulla sicurezza alimentare a Madrid rischia di fallire gli obiettivi. La malnutrizione uccide quasi 10mila bambini al giorno. 23/01/2009 Documento ![]() |
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| Il prezzo della fame | ||||||
The Lancet - Gran Bretagna 4.10.2008 Negli ultimi tre anni i prezzi del cibo sono aumentati dell’83 per cento e non scenderanno prima del 2012, spiega The Lancet. Si stima che oggi 130 milioni di persone sono più affamate e più povere. A risentire di più dell’impennata dei prezzi sono i paesi delle regioni in via di sviluppo: nei paesi industrializzati le persone spendono solo il 10 per cento del loro salario per gli alimenti, mentre nei paesi poveri il 60-80 per cento. Al summit dell’Onu sulla crisi alimentare, che si è tenuto alla fine di settembre, alcuni hanno puntato il dito contro gli incentivi statunitensi alla produzione di etanolo, che ha portato a una diminuzione delle riserve mondiali di grano per uso alimentare. Altri hanno evidenziato la crescente domanda di cibo dei paesi in pieno boom economico come la Cina e l’India. Altri ancora hanno chiamato in causa i sussidi all’agricoltura, che tagliano fuori dal mercato i paesi più poveri. Al di là delle opinioni sulle cause, conclude The Lancet, resta il fatto che nei paesi in via di sviluppo l’aumento dei prezzi può fare la differenza tra la vita e la morte. E all’inizio del 2008 mancavano 800 milioni di dollari dalle casse del programma alimentare mondiale. |
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| Tra il dire e il fare | ||||||
Journal du Jeudi - Burkina Faso 3.10.2008 In un modo o nell’altro, il crac finanziario che sta facendo tremare le principali economie mondiali colpirà duramente anche l’Africa. Il settimanale satirico del Burkina Faso Journal du Jeudi non ha dubbi:”Non ci saranno persone che finiranno per strada a causa dei mutui surprime né impiegati di borsa che perderanno il lavoro. Ma le nostre economie non resteranno certo immuni di fronte alla tempesta che è partita dagli Stati Uniti e che si sta propagando in tutto il mondo. Il motivo è semplice e si riassume in una sola parola: globalizzazione. L’economia africana è molto dipendente dall’andamento dell’euro. Se la moneta unica europea dovesse crollare, le difficoltà dell’Africa aumenterebbero, andandosi a sommare a quelle già esistenti, che negli ultimi mesi hanno causato rivolte e sommosse”. Il settimanale conclude puntando il dito contro l’ipocrisia dei governi dei paesi sviluppati e delle organizzazioni economiche internazionali: “Per anni ci hanno imposto il loro modello, dicendoci che la strada del libero mercato era l’unica possibile per migliorare le nostre condizioni di vita. Adesso che la loro dottrina è fallita, non si fanno scrupoli a nazionalizzare l’economia, facendo ricadere le perdite sui cittadini innocenti. |
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| Turismo Responsabile e funzione educativa nei parchi | ||||||
di Dario Urselli - Accademia Kronos - turismo_responsabile |
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| Una nuova speranza | ||||||
Abdourahman Waberi per Internazionale n. 764 del 3 ottobre 2008 Poco tempo fa a Mantova, durante un bellissimo tramonto, mi sono imbattuto nello scrittore di Mostar Predrag Matvejevic, ospite del Festival della Letteratura. Scuro in volto, solo e davanti ad una bottiglia di vino rosso, l’instancabile viaggiatore della defunta Jugoslavia sembrava portare sulle spalle tutto il peso della scomparsa di una parte del mondo. In un momento di lucida stanchezza mi ha detto: “Adesso è il vostro turno!”. Questo passaggio di testimone tra europei e africani sarebbe stato melodrammatico, se i gesti e la voce di Matvejevic non avessero espresso una grande urgenza. Non era una semplice strizzata d’occhio nei confronti di quella rinascita africana tanto raccomandata dall’ex presidente Thabo Mbeki, né un atto di espiazione per riscattare le colpe delle ex colonie. Ho declinato educatamente il grande bicchiere di vino che mi aveva offerto e sono scomparso nella notte di Mantova. Ho raggiunto alcuni colleghi che discutevano animatamente lì vicino. Qualche ora dopo, le parole del malinconico autore del “Breviario mediterraneo” mi ronzavano ancora nelle orecchie. Dovevo cercare nel cielo africano la fiamma della speranza così cara a Walter Benjamin. Dovevo almeno trovare le ragioni per pensare che l’avvenire sarebbe stato degli africani. Come fare? Innanzitutto evitare di leggere i giornali, che vivono sulle disgrazie quotidiane. Il destino degli africani è stato sempre falsato dalla descrizione che ne hanno fatto gli stranieri: un continente solo, che si avvia verso la tragedia. E i fatti fanno di tutto per dargli ragione. Così gran parte del continente, dal Corno d’Africa alla Mauritania, dal golfo di Guinea allo Zimbabwe passando per le regioni dei grandi Laghi, scivola nella disperazione. Non si tratta di rifare la storia recente di questo continente, ma di analizzare i fattori che sono riusciti ad imporsi, di appostarsi in quella zona al confine tra realtà e immaginazione che può diventare fertile, se nutrita da letture e riflessioni, gli africani, come tutti, mostrano continuamente un’ostinazione toccante e patologica nel sognare la propria esistenza, nel darle un carattere verbale. Così lo scrittore delle Afriche, come il vecchio Giobbe, continuerà ad apostrofare il mondo, incapace di stare zitto o di crogiolarsi al sole della coscienza. Il Ruanda, miniscolo paese densamente popolato, amministrato per secoli da una monarchia autoctona, era sfuggito alla devastazione dello schiavismo. Anche se la colonizzazione ha rappresentato una rottura importante con il passato, il paese è sempre riuscito a gestirsi con grande abilità. Nulla a che vedere con il disordine e l’arte di arrangiarsi dei suoi vicini, che cantano, ballano e si consumano di grandi bevute catartiche. Quasi quindici anni dopo il genocidio dei Tutsi in Ruanda, la comunità internazionale fatica a seguire l’evoluzione di questo paese in modo neutrale, senza subire condizionamenti. C’è chi denuncia l’autoritarismo del governo ruandese, che di recente ha organizzato le seconde elezioni legislative senza scontri e va avanti per la sua strada senza preoccuparsi troppo di quello che dice la comunità internazionale. Altri invece sottolineano i risultati raggiunti dopo il 1994: fermare il genocidio e rimettere in piedi un paese diventato una bolgia dantesca non è cosa da poco. Questo merito va riconosciuto agli ex guerriglieri del Fronte patriottico ruandese (Fpr), che hanno saputo togliersi la mimetica per indossare giacca e cravatta. Stephen Kinzer, scrittore ed ex giornalista del New York Times, è uno di quelli che sottolineano i risultati positivi. Ha appena pubblicato la prima biografia dell’uomo che oggi guida il Ruanda, Paul Kagame. In un mondo pieno di dolore, che sembrava privo di speranza, Kagame ha saputo creare insieme ai suoi compagni d’armi un paese disponibile con tutti i suoi figli: vincitori e vinti, esiliati e profughi. Le curve vellutate delle colline ruandesi risuonano dei canti dei bambini e delle voci dei lavoratori, in gran parte prigionieri liberati dai tribunali Gacaca (i tribunali tradizionali guidati dai saggi del villaggio). Kinzer è riuscito a trattare con obiettività un argomento che lo appassiona: per lui infatti, l’impegno e il coinvolgimento non devono portare a trascurare l’accuratezza delle fonti. Ben documentato, ricco di trenta interviste con l’ex piccolo profugo diventato presidente, il suo libro si legge con grande piacere. Una volta letta questa biografia, è impossibile continuare a dire che il Ruanda è un cimitero di morti. E si capisce finalmente perché il paese delle mille colline è di nuovo in marcia sulla strada del risanamento economico. Il passato non è messo dietro le spalle come una sorta di specchio da guardare con rimpianto, né davanti come un signore tirannico. Questo passato è presente e non può essere dimenticato, come dimostra il memoriale di Kigali. L’equazione che i ruandesi devono risolvere è complessa: come instaurare un sistema politico sereno ed efficace senza passare per una maggioranza nata dalle urne, a scapito di una minoranza? E senza provocare uno scontro permanente tra i due schieramenti politici antagonisti? Per ora la soluzione consiste in un complesso equilibrio tra un partito egemonico, l’Fpr del presidente Kagame, e sei piccoli partiti. A questi bisogna aggiungere i rappresentanti di tre gruppi “vulnerabili” come le donne, i giovani e gli invalidi. Una coalizione eterogenea, ma che ha il merito di esistere, in un paese dove i termini maggioranza e minoranza sono carichi di lugubri connotazioni. In realtà non tutti sembrano apprezzare questa alleanza. All’estero molti la criticano: gli oppositori in esilio, in particolare quelli residenti in Belgio, accusano l’Fpr e il suo capo di soffocare sul nascere qualunque voce fuori dal coro. Human Rights Watch sottolinea, a ragione, l’assenza di opposizione nella nuova assemblea. “Le case, le strade e i viali sono fuggitivi, ahimè, come gli anni”. Questa considerazione di Proust mi è tornata in mente a Kigali, nel luglio scorso. Non ho riconosciuto nulla o quasi della città dove avevo vissuto per due mesi tra il 1998 e il 1999. Certo, i ricordi tendono a trasformare la realtà, ma questa città è molto diversa da come era nove anni fa. Trasformata da cima a fondo, Kigali è ridiventata ricca. Ci sono centri commerciali ovunque, le strade e le case sembrano uscite da un classico sobborgo americano. Il sogno non ha limiti per chi riesce a unire energia e onestà. Il vento del rinnovamento soffia forte e la buona notizia si è diffusa come un lampo negli ambienti d’affari oltre Atlantico. La capitale del Ruanda è sempre più frequentata da uomini politici e filantropi: Bill Gates ha messo mano al portafoglio per contrastare la diffusione dell’aids. Bill Clinton visita spesso il paese, diventato un esempio da seguire per organizzazioni come il Fondo Monetario Internazionale o la Banca Mondiale. Tony Blair si è offerto di aiutare il presidente Kagame, suo amico personale. Secondo uno studio di Wall Street Journal, nel 2006 il Ruanda è stato il primo paese africano nella lotta alla povertà. Una volta garantita la sicurezza, le autorità del Ruanda si sono concentrate sull’economia e sulle lotte sociali, rendendo la società più dinamica, introducendo nel 2003 la legge sulle pari opportunità e affidando alle donne incarichi di grande responsabilità. Un successo per un paese dove fino a poco tempo fa la tradizione vietava alle donne di esprimersi in pubblico. Non deve stupire, quindi, se Kigali attira i grandi uomini d’affari e i mecenati del mondo anglosassone. Il Memoriale di Kigali, finito di costruire nel 2006 sulla collina di Gisozi, con l’aiuto di una ong inglese, è diventato il nuovo punto di riferimento della città. Nei sotterranei sono seppellite 250 mila persone uccise nella sola regione di Kigali. Al piano terra c’è un giardino a terrazze che circonda una serie di grandi targhe funerarie. Ricorda alcuni monumenti americani, come il museo dell’Olocausto di Washington. La mostra permanente ha un forte carattere didattico. E’ incentrata sul genocidio del 1994, ma non dimentica gli altri genocidi (Shoah, Armenia, Cambogia), e dà molto spazio alle testimonianze e alle storie individuali. Inoltre il memoriale non passa sotto silenzio le responsabilità delle Nazioni Unite e delle ex potenze coloniali, in particolare quella francese. Non tutto, però, è perfetto. Ci sono i grandi dimenticati della ricostruzione, i sopravvissuti, che formano una categoria sociale minoritaria e silenziosa. Anche se non c’è un’aperta volontà di emarginarli, la politica economica condotta dalla classe dirigente (in gran parte rientrata dall’esilio dopo il 1994) aumenta le disuguaglianze. Questa politica rende i sopravvissuti più vulnerabili ai problemi che tutti i cittadini ruandesi devono affrontare quotidianamente. Inoltre, negli oltre trenta chilometri che vanno da Kibuye, capitale della provincia occidentale, a Bisesero, un luogo della resistenza tutsi, non c’è neanche un cartello che ricordi il genocidio. Lo stato è stranamente assente. Il museo di Bisesero è vuoto, non c’è traccia del custode. I sopravvissuti e i loro figli escono dalle case, stupiti di incontrare degli stranieri. Nessuno, dicono, va a trovarli. Si sentono solo gli ululati rabbiosi del vento tra gli eucalipti. Al nostro passaggio molti mostrano segni di nervosismo e di fragilità mentale. Alcuni sono stati portati sino ad Arusha per testimoniare davanti al tribunale penale internazionale per il Ruanda, con il rischio di riaprire ferite appena rimarginate. Poi tutto è tornato al punto di partenza. Non è cambiato nulla. E’ come se i loro lunghi bastoni da pastori e i loro mantelli troppo grandi per quei corpi gracili non avessero attirato l’attenzione delle ong, più interessate alle grandi città. I sopravvissuti non hanno ricevuto neppure la benedizione evangelica delle chiese americane, sempre più numerose nel resto del paese. Secondo il censimento ufficiale del luglio del 2008, i sopravvissuti sarebbero 309.368. E, a quanto pare, almeno una parte della classe dirigente ha deciso di aiutarli. Il governo ha dichiarato apertamente di opporsi alla politica estera francese e agli interessi della “francofonia”: un evento unico nella storia africana. La forza di questa resistenza nasce in parte dal genocidio, come dimostra il rapporto della commissione Mucyo, pubblicato ad agosto, secondo cui la Francia fu coinvolta nello sterminio dei tutsi. Ironia della sorte, il distacco dalla Francia è compensato dalle simpatie della nuova élite per gli Stati Uniti. Nonostante questa difficoltà, il Ruanda sta costruendo con intelligenza la sua memoria del genocidio. Una memoria che passa attraverso il rinnovamento di antiche pratiche culturali: il cupo umorismo delle sue canzoni e del teatro, l’uso ironico delle figure coreografiche nella danza tradizionale. Oltre ai libri e ai film realizzati da stranieri e ruandesi, un importante lavoro di raccolta è effettuato su scala nazionale sotto il controllo delle associazioni di studenti sopravvissuti. Così va la vita in Ruanda, con le sue sfide e i suoi successi. |
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| Savorgnan de Brazza. L'amico bianco dell'Africa | ||||||
Ivano Sartori (pubblicato su Il Secolo XIX del 13.08.2008) Non c’è pace per Savorgnan de Brazza, “il più umano” dei conquistatori bianchi dell’Africa coloniale. Morto a Dakar nel 1905, sepolto ad Algeri, meno di due anni fa è stato trasferito a Brazzaville, la capitale del Congo che porta il suo nome. Non si è ancora ambientato nella nuova dimora, che già la sua discendente Idanna Pucci di Barsento lo reclama. E’ di questi giorni la notizia che vuole riportare la sua salma in Italia. A dire della nobildonna, il governo congolese non è stato ai patti. Chiari fin dall’autunno del 2006. Sì alla traslazione, in cambio: asfaltatura della pista che collega Mbé, il villaggio dove Brazza firmò l’accordo con re Makoko; costruzione di un dispensario medico e manutenzione costante di tutti gli edifici pubblici o privati intitolati all’illustre antenato. Niente soldi, solo opere di bene. Dopo la firma del protocollo d’intesa, i resti di Savorgnan de Brazza, della moglie e dei loro quattro figli sono stati inumati in pompa magna a Brazzaville, nel mausoleo in bianco marmo di Carrara che ricorda un tempio massonico. E’ tutta un trasloco la vita di Pietro Paolo Cergneu Savorgnan di Brazza, nato il 25 gennaio del 1852 a Castelgandolfo, località di villeggiatura dei papi a due passi da Roma. E’ il settimo dei tredici figli del conte Ascanio, di antichissima famiglia friulana, e di Giacinta Simonetti, marchesa di Gavignano, che sostiene di discendere in linea diretta dall’imperatore romano Settimio Severo. Attratto dalla ricca biblioteca di casa, che abbonda di mappe e racconti di viaggi, il piccolo Pietro sogna a occhi aperti. A otto anni inizia ad appassionarsi alle zone inesplorate della terra, E’ affascinato da una carta dell’Africa con al centro un grande spazio bianco in cui campeggia la scritta “Regno dei re Makoko. Paese sconosciuto agli europei”. Quella macchia bianca, insieme alla smania di viaggiare, diventa la sua ossessione. Studente del Collegio Romano, a 13 anni abbandona il proposito di farsi prete. E’ allora che incontra l’ammiraglio Louis-Raymond, marchese di Montaignac, a Roma per consegnare al papa una caravella per conto dell’imperatore Napoleone III. Per darsi un tono, Pietro si presenta all’ammiraglio con le mani infilate in un paio di guanti da ballo color paglia, presi a prestito dalla sorella. Va subito al sodo: vuole arruolarsi nella Marina francese. Il padre acconsente, nel 1866 Pietro Paolo raggiunge Parigi e si presenta al concorso per l’ammissione alla scuola navale di Brest. Nel ’70, allo scoppio della guerra franco-prussiana, il cadetto chiede di poter servire la patria adottiva, ma dovrà aspettare ancora quattro anni prima di essere naturalizzato francese. Da quel momento si chiamerà Pierre Paul François Camille Savorgnan de Brazza con il ‘de’ al posto del ‘di’ e lo scatto automatico dell’accento sull’ultima ’a’ di Brazza. Nel febbraio del 1875 viene promosso capitano. Imbarcato su La Vénus, una fregata che sorveglia le coste del Gabon per contrastare la tratta degli schiavi , fa scalo a Libreville. Montaignac, divenuto nel frattempo ministro delle Colonie, lo incarica di esplorare l’interno del paese e di risalire il fiume Ogooué. La spedizione durerà tre anni. Gli indigeni Apfuru lo scambiano per il feroce Henry Morton Stanley, celebre per il ritrovamento di Livingstone e famigerato per il terrore che suscita il suo passaggio disseminato di carneficine. Piuttosto che ordinare ai suoi fucilieri senegalesi di aprire il fuoco sugli Apfuru, che hanno colpito una delle sue piroghe con una freccia, preferisce ripiegare. Nasce il mito de Brazza. In Francia, la sua immagine è dappertutto: su scatole di cioccolatini, saponette, fiammiferi, sigarette, carne in scatola. E’ la prima forma di marketing legata al nome di una celebrità. Luis Vuitton, che sta rivoluzionando bagagli e valigie, confeziona per lui un baule da viaggio con brandina e scrittoio incorporati. Nel 1880 il governo francese lo invia di nuovo nell’Africa equatoriale ad arginare l’espansionismo di Leopoldo II, re del Belgio, che ha ingaggiato Stanley. Tra i due si scatena una gara. Stanley risale la sponda sinistra del fiume Congo facendosi largo con la dinamite, sterminando a cannonate le tribù che lo intralciano. Sulla riva destra, de Brazza avanza senza sparare un colpo. “Non si passa con il sangue”, è il suo motto. E’ convinto di portare in Africa la civiltà. E’ sicuro che la Francia abolirà la tratta dei neri. Compra schiavi per liberarli e assumerli come portatori stipendiati. E’ un negoziatore paziente, vuole convincere più che vincere. La sua penetrazione oggi verrebbe definita “ecologicamente sostenibile”. Viaggia con un carico leggero e pochi uomini. Partito con quattro mesi di ritardo rispetto all’avversario, riesce a precederlo. In quattro settimane di intensi negoziati con i capi locali, riesce ad aggiudicarsi una striscia di territorio lunga circa dieci chilometri sulla sponda settentrionale del Malebo Pool, dove oggi si trova Brazzaville, diritti commerciali esclusivi e un trattato che impone il protettorato francese sulla regione. Firma l’accordo con re Makoko. Una capanna con il tetto di paglia su cui sventola il tricolore francese e alla quale monta la guardia un sergente senegalese è l’ombelico dei possedimenti coloniali francesi. Il Congo si riempie di bandiere francesi e delle promesse che de Brazza fa agli indigeni: “Sotto questa bandiera sarete al sicuro”. Gli credono. Non sarà così. Le compagnie francesi non sono meno rapaci di quelle belghe. Rientrato a Parigi, nel 1886 de Brazza è nominato governatore generale del Congo francese e del Gabon. Trascorre i dodici anni successivi a creare su tutto il territorio scuole, cliniche e centri di formazione professionale. Ovunque spinge i commercianti europei a retribuire i lavoratori indigeni in modo equo. Refrattario ai metodi violenti, si aliena le simpatie dei potenti finanziari e dei politici corrotti. Nel 1898, senza preavviso, apprende dai giornali di essere stato rimosso dal suo incarico. Si ritira allora ad Algeri, insieme alla moglie e ai figli, vivendo della sua modesta pensione. Vent’anni di esplorazioni gli sono costate l’equivalente di sei milioni di euro e gli hanno prosciugato il patrimonio personale. “Venduti per l’Africa di Pietro”, è scritto sui documenti con i quali la madre ha venduto castelli, terreni e altre proprietà per finanziare le spedizioni del figlio. La famiglia de Brazza ha regalato alla Francia un territorio grande tre volte la sua superficie, pagandola di tasca propria. Nel 1905, quando le atrocità commesse dai colonizzatori giungono alle orecchie dell’opinione pubblica francese, il governo apre un’inchiesta affidandola al solo uomo che ha la statura morale per svolgerla: il 5 aprile Savorgnan de Brazza viene inviato per la terza volta nell’Africa equatoriale. Il ritorno del grande amico bianco è salutato con esultanza dagli indigeni. Si radunano enormi folle per festeggiarlo. Nella foresta, i tam tam annunciano i suoi spostamenti. Ovunque scene di tripudio. Aiutato dai capi tribù, de Brazza individua i luoghi e i responsabili degli orrori. Scopre fili spinati e campi di concentramento con donne e bambini incatenati. E’ la fine di quel sogno di libertà che lo ha accompagnato fin da piccolo. In soli quattro mesi, redige la sua scottante relazione, quindi s’imbarca per la Francia. Stanchissimo e provato nel morale, si ammala di dissenteria. Muore il 14 settembre durante lo scalo a Dakar. Dicono malaria, forse avvelenato. Nessuno vuole che denunci ciò che ha visto. Il governo offre esequie di stato e la sepoltura al Pantheon. La moglie rifiuta l’onore ipocrita e lo fa inumare ad Algeri. Sulla lapide, un orgoglioso epitaffio:”La sua memoria è pura di sangue umano”. Nel febbraio 1906. l’assemblea nazionale vota contro la pubblicazione del suo rapporto, ritenendolo sconcertante e pericoloso per la sicurezza nazionale. Il suo contenuto resterà un mistero. Ai francesi sarà negata la scomoda verità, insabbiata per sempre. Con de Brazza su spegne l’illusione che esista un colonialismo buono. Il massimo è un colonialista buono. Una sconcertante anomalia. L’eccezione alla regola. |
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| Sommet de la FAO à Rome | ||||||
da Point-Afrique - lettre N°18 Nous vous en parlions déjà en avril dernier : la crise alimentaire mondiale est plus que jamais au centre des préoccupations des grands - et des petits - de ce monde. Les 3, 4 et 5 juin derniers s’est tenu à Rome le Sommet de la FAO (l’Organisation mondiale pour l’agriculture et l’alimentation des Nations Unies), à laquelle ont participé une cinquantaine de chefs d’Etat, sensés trouver des réponses à la sous-alimentation qui frappe aujourd’hui 854 millions de personne. C’est l’intervention d’Abdoulaye Wade qui fut, dans un premier temps la plus remarquée. Car c’est véritablement un cri de révolte qu’il a poussé. «Le problème, ce sont les institutions multilatérales qui prétendent faire de l’assistance alimentaire. C’est un concept dépassé, nous ne pouvons pas continuer à être assistés comme des mendiants», puis «Ne venez plus nous imposer des institutions et des experts, l’Afrique d’aujourd’hui, ce n’est plus celle d’il y a vingt ans. Alors arrêtez cette farce!» a déclaré le président sénégalais qui se dit également «déçu» des institutions comme la FAO. Pour le Directeur Général de la FAO, Jacques Diouf, «le temps du verbe est largement dépassé, le moment de l’action est venu». Il évalue à 30 milliards de dollars par an la contribution de chaque pays pour la relance de l’agriculture et éradiquer ainsi la crise alimentaire. Quand on apprend au même moment que le congrès américain adopte une nouvelle loi qui fixe à 290 milliards les subventions publiques aux grands fermiers... ou que les dépenses du monde en armement en 2006 atteignent 1 200 milliards, on est en droit de se demander quelles sont les priorités de ce même monde. Le secrétaire général de l’ONU, Ban Ki-Moon, a quant à lui, présenté son plan d’action contre la crise alimentaire et a appelé à augmenter la production pour répondre à la demande. Dans cette perspective, trois agences des Nations Unies (PAM, FAO et FIDA) et l’Alliance pour une Révolution Verte en Afrique (AGRA) ont signé un protocole d’accord pour mettre en place une révolution verte sur le continent africain. Kofi Annan, président de l’AGRA, parie lui aussi sur l’aide aux paysans africains pour améliorer leur productivité agricole (à noter que l’Afrique est le seul continent où la production agricole a diminué ces trente dernières années). Il s’agira également d’augmenter les surfaces cultivables ainsi que les rendements grâce à un usage accru des engrais et autres semences améliorées. La révolution verte suppose également des changements profonds dans la commercialisation des denrées. Quant au président français, il n’a rien trouvé de mieux que de proposer la création de fonds d’investissements spécialisés dans l’agriculture... Plusieurs réflexions s’imposent à la sortie de ce sommet qui semble bien avoir accouché d’une souris. La première, c’est que les Africains, pourtant parmi les plus durement touchés par cette crise, sont loin de parler d’une seule voix. La diversité des idées et des analyses, certes bénéfique au débat démocratique, peut se transformer en arme meurtrière quand elle conduit ainsi à l’atermoiement. Ensuite, on peut s’interroger sur le bien-fondé de la référence à la révolution verte des années 60. Celle-ci s’est largement inscrite dans une vision mécaniste et productiviste de l’agriculture qui continue à imprégner les discours de Rome, comme l’indiquent les exhortations à « utiliser plus d’engrais », quand il ne s’agit pas de semences génétiquement modifiées... Or quarante ans de recul commencent à nous donner une idée assez précise du bilan global de cette agro-industrie : épuisement des sols (il faut utiliser des quantités toujours croissantes d’engrais pour obtenir les mêmes rendements), empoisonnement de l’air et de l’eau, destruction dramatique de la bio-diversité et des écosystèmes, utilisation dispendieuse des ressources en eau, transformation des paysans en gestionnaires lourdement endettés auprès des banques... Est-ce vraiment le modèle à suivre, quand celui-ci vient de faire la preuve flagrante de ses limites? Quand les engrais chimiques (produits essentiellement à base de pétrole, on a un peu oublié de le dire) coûteront forcément de plus en plus cher? Mais derrière le débat technique se profilent les véritables enjeux, qui sont politiques. On sait que la situation actuelle est largement imputable aux institutions internationales elle-mêmes, qui ont imposés aux paysans africains une production destinée quasi exclusivement à l’exportation, au détriment des cultures vivrières, et ce afin de s’acquitter de l’éternelle dette - que ce mode de production a lui-même contribué à créer... On sait que les mal nommés bio-carburants (désormais rentables, forcément rentables) aggravent dramatiquement la crise. On dit moins que la financiarisation toujours accrue du monde et son égérie folle, la spéculation, a transformé l’alimentation humaine en simple source de revenus supplémentaires pour quelques-uns... A ce titre, la tragédie qui s’annonce n’est ni technique, ni climatique ou démographique. Elle n’est qu’une simple péripétie du marché. |
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| Mangiare con la FAO | ||||||
The Independent, Gran Bretagna (pubblicato sul nr.747 di Internazionale) È giusto che il vertice della FAO a Roma si sia concentrato sugli effetti dell’impennata dei prezzi alimentari sui paesi in via di sviluppo. Questi aumenti stanno facendo salire il conto della spesa anche nel mondo ricco, ma è nei paesi poveri che il costo del cibo è oggi una questione di vita o di morte. La crescita della popolazione mondiale, le nuove abitudini alimentari di Cina e India, il costo dei carburanti, le siccità: sono solo alcune delle ragioni all’origine di questi aumenti, su cui i governi hanno una capacità di intervento limitata. Ma ci sono delle cose che i governi possono fare per cambiare la situazione. La produzione di biocarburanti sta avendo un forte impatto sui prezzi del cibo, sottraendo terreni produttivi all’agricoltura tradizionale. Unione Europea e Stati Uniti sono, da questo punto di vista, i maggiori responsabili. La scomparsa del mais dai mercati spiega un terzo dell’aumento dei prezzi. Serve una moratoria sui contributi ai biocarburanti finché gli effetti sui prezzi non saranno contenuti. Pesanti responsabilità della crisi ricadono anche sulle regole sbagliate del commercio globale. Lo scorso anno la Banca mondiale ha ammesso di avere trascurato l’agricoltura africana, di aver incoraggiato le popolazioni a lasciare le campagne e costretto i paesi poveri a liberalizzare troppo presto le loro economie, danneggiando il settore agricolo. Ma gli agricoltori poveri non giocano su un terreno globale. Nel 2006 il mondo povero ha investito 2,5 miliardi di euro in sviluppo dell’agricoltura, nello stesso anno i contributi agli agricoltori del mondo sviluppato hanno superato i 15 miliardi di euro. Aiutare gli agricoltori europei, statunitensi e giapponesi per motivi politici ha effetti disastrosi: i surplus delle loro produzioni spesso finiscono a prezzi stracciati sui mercati dei paesi in via di sviluppo, rovinando i produttori locali. Servono forti investimenti internazionali nell’agricoltura mondiale e bisogna eliminare i sussidi agli agricoltori del mondo ricco. Ma non basta. La FAO ha bisogno di soldi per rifornire le sue scorte di emergenze. Per adeguarsi alla fine dell’era del cibo a basso costo, infatti, ci vorranno decenni. Ma i delegati riuniti a Roma devono pensare, prima di tutto, a far sì che i poveri di tutto il mondo non muoiano di fame oggi. |
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| Potremmo sfamare tutti, se non si speculasse. | ||||||
Giulio Albanese. Il problema non è la quantità di cibo. E' chi lo controlla. Tutti gli esperti sanno che oggi si potrebbe sfamare un pianeta di 12 miliardi di uomini. Perchè allora 850 milioni di persone continuano a soffrire la fame? La verità è che con il cibo si gioca come a Piazza Affari. E' nelle mani di pochi che lo nascondono per speculare sui prezzi. E non è neppure colpa della recente conversione di tanti terreni alle coltivazioni di biocarburanti. In Africa i terreni convertiti sono il 2,5%: una quantità che non basterebbe certo a spiegare la crisi alimentare in corso. Il raccolto dell'altopiano etiopico quest'anno è stato abbondante. Ma dov'è finito quel grano? Nelle mani dell'industria dell'agrobusiness, che poi rifornirà il Pam per far fronte alla carestia in Etiopia. |
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| Ione che cura gli Africani | ||||||
Sergio Adamoli - Associazione Medici in Africa (pubblicato sul Secolo XIX del 11.04.2008) Nella Repubblica Centrafricana (RCA) si possono incontrare donne, giovinette ed anche bambine di nome Ione. In origine a questo bizzarro nome in Africa rispondeva solo lei: Ione Bertocchi, la medico genovese che ha scelto di vivere nella RCA. Le altre Ione, quelle nere, sono un omaggio che gli africani le hanno fatto perché le ha fatte nascere lei o, semplicemente, per ammirazione ed affetto. La dottoressa Ione è oggi una anziana signora minuta nella cui parlata traspare, nonostante tutti questi anni di francese e di sango, la lingua locale, la cadenza genovese. Sono andato a trovarla nel Centre d’Accueil della Diocesi di Bangui, dove lei ha un punto di appoggio quando deve andare nella capitale. Mi è costato metterla a sedere, alla fine ci sono riuscito, abbiamo piacevolmente chiacchierato e lei mi ha raccontato qualcosa di sé. Vive e lavora nella Diocesi di Bouar, ma non è una suora, anzi mi ha confessato con un sorriso malizioso: “io sono una sessantottina”. Già perché Ione si è laureata a Genova nel 1966, con il ’68 alle porte al cui movimento ha partecipato attivamente. “Volevamo la democrazia nelle Università e al posto di un barone, che nel bene e nel male era pur sempre qualcuno, ci siamo ritrovati con decine di baronetti…”. Questo però non impedisce a Ione di lanciarsi nella carriera universitaria nella Clinica Medica diretta dal professore Fieschi, dove si occupa di ematologia, dapprima è medico interno, ma presto diventa assistente di ruolo. Finchè un giorno, siamo nel 1974, qualcosa cambia. A questo proposito Ione è un tantinello mistica: nella sua vita, sostiene, tutte le scelte fondamentali sono avvenute nel momento giusto, come guidata dal… Caso. Dalla Provvidenza? Lei non sa dare un’interpretazione diversa. Ma torniamo a “quel giorno”. Si presentò nel laboratorio di ematologia della Clinica Medica, cioè a lei, una suora che lavorava in un ospedaletto missionario a Bocaranga, un grosso villaggio della RCA, al nord, un centinaio di chilometri dal Ciad. La suora cercava qualche strumento di laboratorio per rinforzare il suo piccolo e povero laboratorio di brousse. Ione le regalò qualche camera di conteggio, qualche pipetta ed altro materiale ormai in disuso. Iniziò, da lì, un carteggio con il frate-medico che lavorava nell’ospedaletto africano che culminò con un invito a Bocaranga. Ione parte e resta un mese e mezzo a “dare una mano” al frate nel suo ospedaletto. Ecco il contagio è avvenuto. Rientrata in Italia entra in crisi: il suo lavoro non le basta più, il ’68 ha lasciato eredità nelle quali non si riconosce, molte cose sembrano non avere più senso, in primo luogo la carriera. Resiste un paio d’anni poi si presenta al Cuamm (Collegio universitario aspiranti medici missionari di Padova) dove ha un colloquio con un dirigente (secondo intervento del Caso-Provvidenza) che, saggiamente, le consiglia, prima di fare una scelta definitiva, di provare con una seconda esperienza e le offre uno stage in Nigeria. Così nel 1976 ritroviamo la nostra Ione in Nigeria per quello che doveva essere un breve periodo. Ma (ecco il terzo intervento del Caso-Provvidenza) si ritrova nel mezzo di un colpo di stato, le comunicazioni sono bloccate, l’ospedale è pieno di malati, gli altri medici sono scomparsi ed il mese e mezzo si dilata a due anni. Ione rientra in Italia trasformata, nel nostro Ospedale San Martino morde il freno, regge meno di sei mesi, poi viene a sapere (quarto intervento del Caso-Provvidenza) che le suore di Santa Caterina sono alla ricerca di un medico per un loro ospedale nella Repubblica Centrafricana. Detto fatto ritroviamo Ione a Ngaoundaye, villaggio ancora più a nord, al confine con il Ciad. A Ngaoundaye Ione, che ha finalmente trovato la sua strada, rimane 25 anni, facendo il medico e la chirurga, ormai è esperta. Ha formato personale, medico e paramedico, si è occupata di igiene ambientale (soprattutto delle acque), logistica, educazione, handicappati, ciechi e di tutto quello cui poteva dare un contributo. Da qualche anno l’ospedale missionario è stato ceduto al Ministere de la Santè della RCA ed il posto di Ione è ora coperto da un medico centrafricano da lei stessa preparato. È ormai in pensione? Nemmeno per sogno! Nessuno vuole rinunciare a lei che viene, quindi, rapidamente cooptata dalla Diocesi di Bouar che le affida la supervisione delle attività della Chiesa nella sanità ed il coordinamento con le altre opere mediche cristiane del paese. Durante tutti questi anni la dottoressa è vissuta senza una vera casa, con solo “l’argent de poche”, lavorando duro e certo non per guadagnarsi il paradiso, verso il quale è scettica. E allora? “Non potevo fare altra cosa” dice. Resta soprapensiero, poi continua: “Io volevo cambiare l’Università, la società, persino il mondo ma è stato il mondo che ha cambiato me. Mi ha tolto l’orgoglio e insegnato l’umiltà”. Ma aggiunge: “Non bisogna mai arrendersi. In questo sono rimasta una testa dura, una testa genovese”. Con lei abbiamo parlato anche di Africa. “Non è vero – dice con calore – che è statica, o peggio ancora, come molti sostengono, in progressivo degrado. Io ho assistito ai cambiamenti rapidi ed imponenti. 20-25 anni fa il 75% dei bambini era scalzo, se li conto oggi gli scalzi sono il 25%. Quando io sono arrivata qui c’era un solo medico centrafricano ed era l’assistente di un colonnello medico francese. Oggi c’è un solo medico francese, che è il consigliere tecnico del Ministero e lavora dietro le quinte”. Del personale paramedico qualificato, poi, non ne parliamo neppure. “In 25 anni è stata creata l’università, sono stati costruiti ospedali, piccoli e grandi, ed è stato formato il personale sanitario, medici compresi. E poi vedi questo telefonino – e mi mostra il suo cellulare – non sono solo io che lo possiedo, funziona come funziona, ma è molto diffuso. Questo significa comunicazione, apertura all’interno del paese e anche all’esterno, con il mondo intero. L’Africa in 25-30 anni ha registrato un progresso che a noi europei è costato 2 secoli. L’Africa va avanti, certo vi sono guerre e guerriglie, genocidi e briganti di strada, ma occorre guardare oltre. Bisogna uscire dalle città, andare nelle zone rurali, nei villaggi ed allora ci accorgeremo che allo sgretolamento dello stato il popolo risponde con la creazione di comitati per le scuole, per la salute, per le acque. L’Africa intera è in ebollizione e qualcosa di nuovo nascerà, ne sono convinta. Insomma, aiutare l’Africa non sono soldi, lavoro ed a volte anche vite, buttati al vento. I risultati ci sono, bisogna saperli leggere”. |
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| Due medici savonesi in Africa | ||||||
(appunti di un viaggio in Repubblica Centrafricana - gennaio 2008) L’aspetto medico sanitario di questa esperienza è tutto sommato marginale o comunque non peculiare; l’Africa è soprattutto rappresentata dai plurimi contatti che instauri con la popolazione locale, con gli altri volontari presenti sul luogo, con i compagni di viaggio. Ma l’Africa è soprattutto una miriade di sensazioni che attanagliano i tuoi sensi (la vista, l’olfatto, il gusto, il tatto) che ti danno coscienza che stai attraversando una meravigliosa avventura così lontana ma non per questo meno affascinante dal tuo abituale modo di vivere. Il ricordo della felicità stampata sui visi dei bambini africani è forse l’immagine più vera e pura che conserverò per sempre; è l’immagine di una felicità semplice ottenuta con poco o niente magari soltanto con lo scambio di un sorriso o di una stretta di mano, ma è anche una felicità che ti commuove a cui non sei abituato, una felicità che deriva soltanto dal contatto tra persone o magari soltanto con un bon-bon come intermediario. Ma ci sono anche le sensazioni tristi, anzi disperate per un sacco di vite che non siamo in grado di strappare alla morte perché non ci sono medicinali a sufficienza in grado di combattere le tante, troppe malattie presenti in questi climi, non ci sono le condizioni igieniche necessarie affinché queste malattie non si sviluppino, spesso non c’è cibo. Il mio lavoro di medico infettivologo-internista si è sviluppato sostanzialmente su 2 poli sanitari: il Centro di Santè di Wantiguera concepito come ambulatorio per la diagnosi e cura dell’AIDS e di malattie infettive correlate e non (tubercolosi, malaria, parassitosi intestinali e cutanee) e l’Ospedale di Maigarò (vera e propria struttura ospedaliera con 50 posti letto) che ospita reparti di Maternità, Pediatria e Medicina. Queste strutture fanno parte di una rete sanitaria presente sul territorio della Diocesi di Bouar (capoluogo della regione Nana-Mambérè) parallela all’attività sanitaria statale. Gli ospedali statali hanno scarsità di mezzi, le apparecchiature medicali spesso non esistono o sono obsolete ma soprattutto tutti i medicinali forniti al pubblico sono a totale carico dell’utente per cui un ciclo di cure può avere un prezzo proibitivo e quindi non essere affrontabile. I centri di Santè diocesani invece si basano sull’attività di religiosi (in particolare suore o sacerdoti) che operano instancabilmente spesso a rischio della loro stessa vita coordinati da una responsabile sanitaria diocesana, la Dott.ssa Ione Bertocchi generosissima, eccellente ed esperto medico da circa 30 anni residente in RCA. Le prestazioni sanitarie ed i medicinali somministrati hanno dei costi per gli utenti estremamente contenuti ma a chi non ha assolutamente possibilità di pagare non viene comunque negata l’assistenza. Quando, trascorse le tre settimane di missione, è l’ora di ripartire hai la netta sensazione di avere raccolto a piene mani molto di più di quanto hai seminato; forse tutti quei visi che ti porti dentro ti stanno indicando una strada …….la via dell’Africa. Per
me non si è trattato della prima esperienza, sono già stato
diverse volte in Repubblica Centrafricana a svolgere la mia attività
di ginecologo, ma ogni volta le sensazioni e le emozioni sono sempre forti
e indimenticabili. Rivedere le persone con cui avevo lavorato in precedenza,
ricevere dimostrazioni di amicizia e riconoscenza dalle persone che avevo
curato o con cui avevo collaborato, vedere la lunga fila di donne in attesa
di poter effettuare una visita specialistica, l’affetto della gente,
i sorrisi, la fiducia, la speranza di poter essere curati e di avere una
soluzione ai propri problemi di salute sono ricordi emozionanti che ti
commuovono e ti arricchiscono. Purtroppo la carenza di strutture, di farmaci,
di mezzi economici e di personale sanitario qualificato ti lasciano spesso
una sensazione di impotenza ma ti spingono anche a cercare di fare qualcosa
qui da noi per aiutare questa popolazione che deve avere diritto come
tutti all’accesso alla salute. La nostra missione non si è
limitata tuttavia all’aspetto strettamente medico, infatti abbiamo
portato avanti diversi progetti che la nostra associazione “Savona
nel cuore dell’Africa” sta realizzando in collaborazione con
organizzazioni centrafricane molto attive sul territorio. Nella capitale
Bangui è stato firmato un importantissimo accordo per il progetto
“emergenza acqua potabile: idropompe per il Centrafrica” che
permetterà la produzione locale di 500 pompe per rimettere in funzione
i pozzi nei villaggi di tutto il paese e permettere l’accesso all’acqua
potabile ad oltre 500.000 persone. A Mbaiki capoluogo della regione della
Lobaye si è svolto un bellissimo incontro con tutta la popolazione
e le autorità locali per realizzare un progetto in collaborazione
con la Provincia di Savona, la comunità del Pollupice e il Comune
di Quiliano che permetterà la costruzione di 8 aree di essiccamento
della manioca, di una scuola materna e di una scuola elementare. Nella
città di Bouar nel nord del paese abbiamo organizzato un corso
di aggiornamento sulle problematiche dell’AIDS che ha avuto un grande
successo con la partecipazione attiva di operatori sanitari locali provenienti
da tutta la regione. Abbiamo trascorso alcuni giorni a Ndim nel nord del
paese presso la Missione delle Suore della Misericordia di Savona per
lavorare nella maternità e nel centro nutrizionale e per visitare
la nuova scuola elementare che la nostra associazione ha costruito ed
inaugurato nel marzo del 2007. Nell’occasione abbiamo consegnato
alcune copie dei tableaux illustrati per l’insegnamento della lingua
francese da noi realizzati in collaborazione con il Liceo Artistico di
Savona e che verranno utilizzati da tutte le scuole elementari del paese.
Un progetto che apre grandi prospettive di sviluppo è stato portato
avanti da due farmaciste della farmacia Mezzadra di Vado Ligure che hanno
installato a Bouar un piccolo laboratorio farmaceutico per la produzione
di alcuni farmaci essenziali a basso costo e perciò accessibili
anche alle ridotte disponibilità economiche della popolazione locale.
Questo primo laboratorio pilota fungerà anche da scuola per l’apprendimento
delle tecniche di produzione da parte del personale locale per raggiungere
l’ambizioso obiettivo di installare altri laboratori farmaceutici
in diverse regioni della Repubblica Centrafricana. ZO KWEZO in lingua
sangho significa “gli uomini sono tutti uguali”. Questa frase
che compare accanto alla bandiera della Repubblica Centrafricana ci ha
molto colpito. Sarebbe bello che questo motto diventasse realtà
e crediamo che tutti noi possiamo impegnarci a realizzare questo sogno.
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| Il conflitto nascosto dell'Africa Centrale | ||||||
Stephanie Hancock - Mail & Guardian - Sudafrica (pubblicato sul nr.714 di Internazionale) Jacques
Bissari ha 70 anni. E' invalido e non riesce a muoversi. Troppo debole
per lasciare la sua casa, vive nel timore di essere ucciso da qualche
predone. "La maggior parte delle gente è andata a vivere nella
foresta. Ma io sono rimasto", racconta. "Quando arrivano i soldati,
rimangono sorpresi e mi chiedono che ci faccio ancora qui". Bissari
abita a Bedaya, uno delle decine di villaggi abbandonati nel nordovest
della Repubblica Centrafricana. A far fuggire le persone che per generazioni
avevano vissuto su queste terre sono stati gli attacchi condotti da uomini
armati che hanno saccheggiato interi villaggi, uccidendo i civili e bruciando
le case. I sopravvissuti si sono rifugiati nella foresta, dove vivono
per sfuggire ai miliziani. |
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| Le comité scientifique de Mémoire Afrique | ||||||
Une réponse historique à l'ignorance S'il fallait en reprendre les passages les plus significatifs, voici ce que nous pourrions retenir: «Le drame de l'Afrique, c'est que l'homme africain n'est pas assez entré dans l'histoire. Dans cet imaginaire où tout recommence toujours, il n'y a de place ni pour l'aventure humaine, ni pour l'idée de progrès. Dans cet univers où la nature commande tout, l'homme échappe à l'angoisse de l'histoire qui tenaille l'homme moderne. Jamais l'homme ne s'élance vers l'avenir. Jamais il ne lui vient à l'idée de sortir de la répétition pour s'inventer un destin. Le défi de l'Afrique, c'est d'entrer davantage dans l'histoire». Une lecture superficielle de ce texte pourrait donner l'impression qu'il s'agit d'une analyse anthropologique hasardeuse des années 30. Perdu. Il fut en réalité prononcé le 26 juillet 2007 à l'Université Cheick Anta Diop de Dakar par le président de la République française. Ces propos - ou plutôt ces poncifs - traduisent manifestement une opinion généralement trop répandue en Europe à propos de l'Afrique et des Africains. Ils ont fort heureusement suscité des réactions, principalement dans l'opinion publique subsaharienne. Une femme, malienne et historienne, s'est rapidement faite la porte-parole de ces réactions: «Ayant écouté le désormais fameux discours, j'ai été profondément choquée, de voir le plus vieux continent du monde relégué à la place d'un enfant encore immature, inconscient, sur lequel la lumière tardait à irradier, et sur lequel il fallait se pencher avec compassion», s'est indignée Mme Adame Bâ Konaré, épouse de l'ancien chef de l'Etat malien. Elle a dès lors rassemblé autour d'elle une douzaine d'historiens africanistes du Nord (France, Italie, Allemagne) et du Sud (Afrique du Sud, Mali, Nigeria, R.D.C, Sénégal, Algérie). Les 19 et 20 janvier derniers s'est tenue leur première réunion à l'hôtel Plazza de Bamako. Leur travail préliminaire a consisté à relever et comprendre les stéréotypes, les idées reçues et surtout la profonde méconnaissance de son sujet que révèle ce discours. Des axes de travail ont été ensuite définis: une première partie rassemblera les communications qui réagissent directement au discours de Dakar, la deuxième partie reprendra des points d'histoire africaine. Il s'agit donc d'apporter une réponse scientifiquement argumentée à l'image erronée que certains veulent à toute force coller à l'Afrique. Une Afrique qui serait anhistorique, nostalgique de son passé, immobile et sans avenir - et qui n'existe que dans l'imaginaire d'Européens qui n'y ont jamais mis les pieds. La quarantaine de communications produites donnera lieu à une publication disponible à la rentrée prochaine, et que le comité envisage de remettre en mains propres à M. Sarkozy. L'Afrique toute entière souffre de l'ignorance et des préjugés à son sujet. Une réaction scientifique incontestable s'imposait et nous saluons l'initiative de Mme Ba Konaré et de l'ensemble du comité. C'est aussi la responsabilité de chacun d'entre nous, Africain ou non-africain, de témoigner et de lutter contre cette image rétrograde. Vous pouvez le faire. Chaque contribution est la bienvenue sur la boite memoireafrique@yahoo.fr qu'elle a ouverte à cette intention. Parce que l'Afrique mérite mieux qu'un ramassis de clichés éculés. |
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| I Missionari, costruttori di ponti e di pace | ||||||
Gianfranco Belgrano - MISNA - Missionary Service News Agency Bouar, Bocaranga,
Ndim, Ngoundaye: nomi di città, villaggi di un paese che forse
pochi conoscono. Spesso la gente pensa che il Centrafrica sia una semplice
espressione geografica, un modo per indicare una zona dell’Africa
sub-sahariana. Invece la Repubblica Centrafricana è uno stato
con tre milioni e mezzo di abitanti e molti problemi da risolvere, soprattutto
in quel nord-est del paese dove dal 1960 vive e svolge la sua opera
di missionario, padre Cipriano, un cappuccino di Arenzano. “Curiosamente
– dice – 1l 1960 è anche l’anno dell’indipendenza
del paese dalla Francia. In effetti sono cresciuto con il Centrafrica
tra Bocaranga e Ngoundaye”. Lì a pochi chilometri da Camerun
e Ciad, ha prestato la sua opera per 47 anni. “La gente è
maturata, ma questo è un paese abbandonato da tutti; io ho provato
ad offrire il mio aiuto, ricevendo in cambio molto di più”.
Nella sua Bocaranga, con padre Cipriano ci sono altri due italiani,
due centrafricani ed un polacco. Vivono insieme, vanno per i villaggi:
“Quando ci spostiamo non portiamo nulla con noi; mangiamo con
la gente, a volte condividiamo la stessa casa, viviamo con loro”.
Oggi più che mai. Da due anni, questa zona è instabile:
ci sono i banditi, i ribelli e l’esercito; tutti contro tutti,
con scontri e violenze che hanno costretto migliaia di persone ad abbandonare
le loro case per trovare rifugio nelle campagne, nella foresta, in città
(a Bozoum sono al meno 11.000) o anche oltre confine in Ciad e Camerun.
Secondo il coordinamento degli operatori umanitari, sarebbero 300.000
gli sfollati. Nel disinteresse internazionale più totale, questa
zona è teatro di attacchi e combattimenti tra bande armate, movimenti
ribelli e truppe governative. Vittima dell’azione violenta di
queste forze sono soprattutto i civili accusati da una parte e dall’altra
di fiancheggiare le forze opposte. Secondo statistiche dell’ONU,
ogni settimana, nei distretti settentrionali si registrano 450 decessi
tra i bambini per malnutrizione, mentre le donne sono spesso vittime
di stupri. La missione di pace congiunta Nazioni Unite-Unione Europea
che dovrebbero essere dispiegate in Centrafrica e in Ciad nei prossimi
mesi, rischia di avere poche ricadute positive per le popolazioni centrafricane,
perché obiettivo principale del contingente internazionale a
guida francese sarà il controllo delle frontiere con il Darfur.
Con le violenze è arrivata anche la fame: “coltivare la
terra è diventato rischioso - dice padre Cipriano - anche i grandi
mercati camerunensi di Mbayboum sono diventati irraggiungibili: i camion
vengono scortati da militari, chi si avventura da solo è spesso
costretto a pagare salati pedaggi per potere proseguire; tanti villaggi
sono stati bruciati, a volte sembra di stare in un deserto. La gente
impaurita, si è raccolta intorno a noi". Un ruolo di mediazione,
quello dei missionari, riconosciuto anche dalle parti in causa in questa
guerra di poveri contro poveri. Ogni settimana, i missionari incontrano
ribelli, banditi e governativi; nel frattempo ricostruiscono ponti,
riaprono strade, infondono sicurezza. “Io resto un inguaribile
ottimista e poi di recente mi sono messo anche a ricostruire i ponti
distrutti nel corso dei combattimenti” conclude sorridendo padre
Cipriano. |
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| Aiutare l'Africa? L’Africa dei poveri e quella dei corrotti sono immagini estreme che cercano di spiegare in modo superficiale una realtà molto complessa. | ||||||
Cleophas Adrien Dioma – Burkina Faso (pubblicato sul nr.729 di Internazionale) Vorrei provare a parlare di come si può “aiutare” l’Africa. So poco di economia, sono solo un africano che vive in Europa e che si confronta con situazioni abbastanza difficili da gestire. Qualche volta mi considero un privilegiato, perchè non sapevo che l’Africa fosse povera. Sì, sapevo che c’erano persone ricche e persone povere. Ma per me era una cosa normale. Forse la cosa più ingiusta era che ci fosse tutta quella corruzione. Anche se in qualche modo, per me africano, finiva per sembrare una cosa normale. Continuo a dire “normale” perché può aiutare a capire, a volte, alcuni atteggiamenti degli africani che vivono in Europa. Soprattutto può aiutare a capire meglio come vanno le cose in Africa. Spesso mi accorgo che chi vuole aiutare l’Africa tende a idealizzare tutto: “In Africa c’è ancora solidarietà, la gente è semplice e si accontenta di poco. Sorride sempre. La colpa dei suoi problemi e dell’occidente”. Anche se l’occidente ha la sua parte di responsabilità nel “disastro” africano, mi chiedo per quanto tempo ancora noi africani daremo ad altri la colpa la colpa dei nostri guai. Una volta, discutendo con degli amici, si parlava dell’uso e dell’abuso del telefonino da parte degli africani. Qualcuno diceva che era sbagliato, che gli africani non dovrebbero avere questi vizi. Ma dove è scritto che non possiamo avere gli stessi difetti degli occidentali? Cosa so dell’Africa, io africano? Niente forse no: poco. Conosco il posto dove sono nato, la mia città, la città di mia madre, il villaggio di mio padre e qualche nazione vicina dove sono andato a stare o a lavorare. Mentirei se dovessi parlare dell’Africa come di qualcosa che conosco. Non conosco neanche bene il mio paese, il Burkina Faso. La mia città, Ouagadougou, è piena di culture ed etnie diverse che si sono incontrate e hanno creato una cultura nuova. Una cultura fatta di mélange, di incontri, dove un dioula (etnia dell’ovest del paese), un peul (che viene dal sud) e un mossi (che viene dal centro) si incontrano e trovano la possibilità di parlare. A Ouagadougou ci sono dei quartieri che parlano dioula, mossi o peul, ma alla fine tutti si incontrano attraverso il francese e il mossi, la lingua più importante, a Bobo Dioulasso è il contrario, anche lì convivono dioula, mossi e peul, ma si parla francese e dioula. E quando vedi un mossi che è nato e che vive a Bobo è completamente diverso da un mossi che è nato e vive a Ouagadougou. E il mossi di Ouagadougou è diverso dal mossi di Zorgho (villaggio mossi). Tutto questo per dire che siamo davanti a trasformazioni che non sono legate solo all’incontro tra le diverse etnie e culture del paese, ma anche a quello tra queste etnie e culture e il mondo occidentale. Così si crea una contaminazione che influisce inevitabilmente sul comportamento delle persone, sulla loro cultura, sugli aspetti apparentemente banali del loro modo di vedere le cose. Mia mamma, che è nata in un villaggio e ci ha vissuto fino a diciotto anni, poi si è trasferita in città per studiare e infine è diventata insegnante, ha cercato per molto tempo di dare a me e alle mie sorelle un’educazione abbastanza occidentale. Mangiavamo cucina occidentale, parlavamo francese, vestivamo all’occidentale. Ho imparato a parlare il dialetto moore (dell’etnia di mia madre) giocando a pallone con gli amici del mio quartiere. Da grande ho cominciato a giocare a basket, imitavo personaggi come Michel Jordan e ascoltavo l’hip-hop. Ero americano. Dopo l’esame di maturità sono andato in vacanza nel villaggio dove è nato mio padre. I primi tempi sono stati molto difficili: senza luce, senza acqua potabile e senza televisione. Ma dopo tre mesi ero diventato uno del posto, conoscevo la gente, i modi di fare, certi aspetti di quella cultura che non era mia, ma era comunque mia. Sentivo di essere un misto di bobo (l’etnia di mio padre), di mossi (l’etnia di mia madre), di francese, di americano. Poi mi sono reso conto di non essere nessuna di queste cose. E di esserle tutte. Prima di arrivare in Italia sono passato dalla Francia. Ero sicuro di me: pensavo che con la mia cultura francese, la mia conoscenza della lingua e gli amici francese che frequentavo in “Africa”, sarei riuscito ad integrarmi facilmente. Già in Burkina mi sentivo più europeo che africano. Che delusione. Ho scoperto che ero un africano, nato in Burkina, che aveva vissuto a Ouagadougou. Quella cultura non mi apparteneva. Sì, avevo assimilato qualcosa della cultura francese, ma questo non faceva di me un francese. Poi sono arrivato in Italia. Ed è qui, forse, che mi sono costruito un’identità più mia, cercando di crearla dentro di me. Oggi mi sento molto vicino alla cultura italiana, che è la cultura che credo di avere scelto. Ma non sono un italiano, sono un afro-parmigiano. E dentro la parola “afro” c’è il mio passato franco-burkinabè-bobo-mossi-peul… sono un misto, un meticcio atipico. Un meticcio culturale. Credo che tutti gli africano siano un misto di tradizione e modernità. Eppure non esistono gli “africani”: ogni africano è diverso dall’altro, come ogni persona è diversa dall’altra. Aiutare l’Africa senza conoscere la sua complessità vuol dire gettare acqua nel mare. E poi non credo che si possa aiutare l’Africa. Penso che si debba conoscerla, che possiamo e dobbiamo cercare di capirla, di fare piccole cose per cambiare la sua quotidianità, ma non credo che sia possibile tornare indietro o imporre quello che noi consideriamo cultura o valori. La cultura è qualcosa che cambia con il tempo e il contatto con le altre culture e civiltà. Le culture africane, attraverso il contatto con il mondo arabo prima, con quello occidentale dopo e oggi con quello asiatico, si evolvono e si trasformano. All’interno di queste trasformazioni ogni individuo sceglie quelle che più gli si adattano. Qualcuno diventa cristiano, qualcuno musulmano, qualcuno rimane con le sue credenze ancestrali. Poi ci sono i comunisti e i capitalisti e si fa politica per cambiare le cose o per cambiare se stessi. C’è un aneddoto che spiega tante cose. In Burkina Faso si dice che il 25% degli abitanti è musulmano e il 10% cristiano, ma il 100% è animista. Mia mamma che dice di essere cristiana, che va ogni domenica mattina in chiesa e prega sempre per me e per le mie sorelle, quando dovevo venire in Europa non mi ha portato solo dal prete, ma anche dal marabou perché facesse dei sacrifici propiziatori per il mio viaggio. Tutto questo per dire che i burkinabè non sono né cristiani né musulmani e non sono neanche più animisti. Sono tutte queste cose insieme. Si può aiutare l’Africa senza conoscerla veramente? L’Africa ha veramente bisogno di aiuto? Aminata Traoré, l’ex ministra della cultura del Mali, diceva che ”l’Africa non ha veramente bisogno di aiuto: deve prima di tutto essere conosciuta e rispettata”. È vero, senza rispetto e conoscenza è difficile dare un vero aiuto. L’anno scorso c’è stata un’epidemia di meningite in Niger. Il presidente disse che, se per fare arrivare gli aiuti bisognava far venire i giornalisti e i fotografi occidentali a documentare la povertà e la miseria dei bambini, allora era meglio che non arrivassero né aiuti né giornalisti. Non è possibile che si debbano sempre far vedere le immagini dei bambini malati o dei morti, che si debbano mostrare i drammi africani ogni volta che si vuole dare un aiuto. Quando vedo le pubblicità o i documentari che parlano dell’Africa, ho l’impressione che ci sia un bisogno enorme di far vedere solo le cose che non vanno bene. Le immagini sono brutte e drammatiche. E poi, qualche volta, quando ci fanno vedere la parte “bella” del continente, sembra che sia un modo di dire: “Guardate questi qua, che vivono sulla pelle dei loro fratelli poveri”. L’africano povero e l’africano corrotto, che vive bene e se ne frega dei suoi fratelli sfortunati, sono immagini estreme. Immagini che riassumono in modo superficiale cose molto complesse. Credo che dobbiamo chiederci cosa vuol dire per un africano essere povero, qual è la sua idea di ricchezza. Ci sono tante piccole questioni, tante piccole sfumature che non possiamo e non dobbiamo trascurare. Certo è più semplice costruire un ospedale in un villaggio camerunense o una scuola nelle zone più isolate del Burkina. Ma io mi chiedo cosa serva un ospedale in Camerun, se non ci sono medici a sufficienza, a cosa serva una scuola in Burkina, se non ci sono soldi per pagare gli insegnanti. Non possiamo ignorare queste domande. È giusto costruire scuole e ospedali, ma forse sarebbe più utile formare infermieri e insegnanti nel luogo dove vivono. Associazioni e ong fanno molto, ma credo che forse la prima cosa da fare oggi sia ricostruire la “verità”. Mi ricordo di un architetto burkinabè che, dopo aver studiato in Germania, è tornato nel suo villaggio. Vedendo com’era ridotta la scuola dove aveva studiato, ha deciso, insieme a tutti gli abitanti, di costruire una scuola che usava metodi e materiali da costruzione del posto, abbinati a tecniche dell’architettura che aveva studiato in Europa. Su questa storia è stato girato un documentario in cui si vedevano tutti gli abitanti del villaggio, donne, uomini e bambini, lavorare a questa bellissima impresa che apparteneva a loro. L’Africa non è l’unico posto ad avere dei problemi. Quando vedo certe immagini del Sudamerica mi vengono i brividi. E l’assistenza sanitaria negli Stati Uniti mi spaventa, anche se sembra a tutti una cosa normale. Invece un africano che muore di fame no, è un’ingiustizia. Certo è un’ingiustizia, sono d’accordo, ma una come tante: non c’è bisogno di scriverci su dei libri o di farne l’oggetto preferito dei reportage dei fotografi. Lo scrittore svedese: Henning Mankell diceva: “Con le immagini dei giornalisti e della televisione sappiamo come muoiono gli africani, ma non come vivono”. |
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| Gli avvenimenti di Ngaoundaye | ||||||
Bouar-RCA, 3.6.2007 Una équipe della Diocesi Mercoledì 30.5.2007 Ngaoundaye è una cittadina di circa 4.000 abitanti. Sede di municipio e di sottoprefettura, è situata all’estremo nord-ovest della RCA, a poco più di 10 km dal confine del Tchad e a 15 km da quello del Cameroun. Ha un buon ospedale, un deposito farmaceutico, asilo, scuole elementari, scuole medie e un liceo tutto nuovo, opere in gran parte lanciate e sviluppate dalla missione cattolica. C’è anche la gendarmeria e un commissariato di polizia e altri servizi amministrativi. Da una quindicina d’anni, il villaggio si è ingrandito anche grazie al commercio sviluppatosi con il vicino grosso mercato di Mbaiboum, appena al di là del confine con il Cameroun. La missione cattolica esiste dal 1962, fondata dai Frati Cappuccini che sono ancora presenti. Fa parte della diocesi di Bouar. Inoltre, fin dagli inizi, c’è una comunità di Sorelle di S. Caterina di Genova. Attualmente, la parrocchia – oltre le attività pastorali ordinarie – gestisce un centro di formazione diocesano per catechisti, un centro agricolo, un centro culturale, una scuola di formazione per ragazze, un’iniziativa di formazione per ciechi e molte altre attività in campo sanitario, scolastico e di sviluppo, sia nel villaggio stesso di Ngaoundaye, sia nei villaggi intorno. La regione, circondata da montagne e attraversata dal fiume Lim, è densamente abitata e centro di importante produzione agricola: sorgo, miglio, mais, arachidi, fagioli, semi di zucca, manioca, alberi da frutta, etc. Ma questa mattina, verso le ore 5, tutto è precipitato. Un gruppo di almeno una decina di uomini armati non meglio identificati, comunemente chiamati ribelli e che si oppongono con le armi all’attuale Presidente Bozizé, entrano a piedi a Ngaoundaye, si dirigono direttamente alla residenza del sotto prefetto e gli chiedono di uscire. Lui cerca di fuggire e gli sparano, uccidendolo freddamente, sotto gli occhi dei suoi familiari. Un’esecuzione sommaria senza spiegazioni. Poi se ne vanno, attraversando tutto il villaggio indisturbati, sparando all’impazzata, specialmente verso la gendarmeria, ma senza fare nulla al resto del paese e alla gente. Evidentemente, cercavano solo lui. Verso fine mattinata, arrivano i militari della guardia Presidenziale (GP) – corpo d’élite sotto il comando del presidente Bozizè che è allo stesso tempo ministro della difesa – che hanno la loro base a Bang (7 km da Ngaoundaye). Sono stati inviati nella zona da alcuni mesi per ripulirla dai ribelli, presenti nella zona dal colpo di stato di Bozizé dell’ottobre 2002-marzo 2003. Arrivano sparando e si insediano nel villaggio. Bruciano alcune case nel quartiere della residenza del sottoprefetto, vicino all’ospedale. E in un altro quartiere, ferendo due-tre persone. Alcune case sono bruciate anche in due villaggi vicini. Poi, i GP vanno alla missione e vogliono obbligare, con prepotenza, i frati a trasportare la salma del sottoprefetto fino a Bangui, la capitale (a circa 700 km da Ngaoundaye). Al rifiuto dei frati, i GP li minacciano, puntando i kalachnikov. Finalmente, si trova un compromesso: P. Bruno accetta di portare la salma fino a Bocaranga (80 km da Ngaoundaye). Parte verso le ore 14 con la salma del sottoprefetto e alcuni familiari (la mamma, due mogli, sei figli) accompagnato dal sindaco di Ngaoundaye. I GP vogliono scortarlo, ma lui rifiuta, per sicurezza, causa la presenza dei ribelli nella zona. Verso le ore 16, arriva a 5 km dal villaggio di Ndim e trova un ponte in fiamme. Si ferma e un gruppo di una cinquantina di ribelli armati gli si avvicinano (sono loro ad aver incendiato il ponte, chiedendogli chi è. Saputolo, vogliono prendere il figlio più grande (un ragazzo di 15 anni) del sottoprefetto e ucciderlo. P. Bruno riesce a convincerli di non aggiungere un morto a un altro morto e lo lasciano partire. Con difficoltà, P. Bruno passa il ruscello a guado e continua su Bocaranga (altri 40 km), fatto segno comunque di alcuni da arma da fuoco da parte dei ribelli, ma senza conseguenze. Poco dopo lui, da Ngaoundaye arrivano i GP che hanno uno scontro armato con i ribelli che si ritirano, ferendo tuttavia 4 militari. I GP proseguono e arrivano a Ndim, dove sparano all’impazzata e lanciano vari razzi. Vanno al dispensario tenuto dalle suore, sparano raffiche contro la scuola cattolica e contro il portale della casa delle suore che non vogliono aprire. Poi proseguono su Bocaranga. Risultato:più di venti case incendiate e due persone ferite. Uno dei feriti, una donna, è morta la domenica successiva 3 giugno a Bocaranga,malgrado due operazioni effettuate all’ospedale. L’altro ferito, un giovane, ha subito due operazioni per estrarre le pallottole ricevute. A Ngaoundaye, intanto, la tensione è fortissima, tutta la gente è scappata, rifugiandosi nei campi e nella brousse intorno al villaggio. I GP s’aggirano per il paese sparando e rubando nelle case abbandonate dalla gente. La gente ha raccontato che alcuni militari si divertivano a sparare sui sacchi e sui catini che la gente portava sulla testa scappando per mettere in salvo quel poco che riuscivano a portare via. Per divertirsi terrorizzando la gente. Giovedì 31.5.2007 Il mattino, i GP cominciano a bruciare le case del paese. Fino a sera appiccano il fuoco alle case di paglia. Sono ubriachi e drogati. Appiccano il fuoco ridendo, come per gioco. “Sembrano dei demoni e degli energumeni” dice un testimone oculare. Rubano quel che trovano nelle case. Ad alcuni, che cercavano di protestare e di opporsi, bruciano la casa sotto i loro occhi, mettendo loro la canna del kalashnikov sulla tempia. Dalle case in cemento e tetto in lamiera che non sono bruciate, sfondano le porte e rubano quel che trovano. Per fortuna, non toccano gli edifici pubblici: l’ospedale, le scuole, la missione, etc. P. Valentino, Fr. Francesco e le Sorelle aiutano le famiglie che non sono di Ngaoundaye (principalmente maestri, infermieri, poliziotti e altri che hanno ricevuto l’ordine dai GP di lasciare Ngaoundaye) a fuggire, trasportandoli con un po’ delle loro cose fino al confine del Cameroun, facendo vari viaggi con le auto della missione. Anche il dottore centrafricano dell’ospedale accompagna la sua famiglia al confine, ma poi torna all’ospedale, dove ci sono ancora vari malati che non possono muoversi. Anche lui è minacciato di morte dai militari. Nel tardo pomeriggio, i GP vogliono obbligare P. Valentino a trasportarli con la sua auto. Stanchissimo, dopo una giornata spaventosa, P. Valentino rifiuta e i militari gli requisiscono l’auto. Un militare armato lo minaccia: “tu vuoi bene ai Pana (l’etnia della regione) più che a noi e li difendi, mentre non aiuti noi. Stai attento a te”. Anche Fr. Francesco e Cristina (della comunità delle Sorelle) sono fortemente minacciati con le armi. Un altro militare, manifestamente ubriaco, venuto alla missione per cercare una ruota di scorta, si mette a sparare e dice:”qui ci sono i soldi. Verremo anche qui”. Sempre nel pomeriggio, P. Valentino va a Bang, base dei militari, per incontrare il loro capo, che è un luogotenente, e gli chiede di fermare i suoi uomini che stanno distruggendo Ngaoundaye. Il luogotenente risponde: “non riesco a controllarli, fanno ciò che vogliono”. Finalmente, la sera di giovedì, tutti i GP lasciano Ngaoundaye e si ritirano a Bang. Ngaoundaye è completamente deserta. Il silenzio è assoluto. Non si sentono più le grida dei bambini e le danze intorno ai tam-tam al chiarore della luna. Non si sente più il rumore sordo e ritmato del pilone nel mortaio, con cui le donne preparano la farina di miglio per il pasto. Le case incendiate finiscono di bruciare. “E’ un disastro totale” dice P. Valentino. Purtroppo, non è la prima volta che i GP, sia nella regione di Ngaoundaye che in altre regioni del nord del paese, fanno rappresaglie di questo genere sui villaggi, accusando la gente di collaborare e proteggere i ribelli. Come era successo in aprile scorso nei villaggi di Mbama e di Ndanga, a pochi km da Ngaoundaye , dove i GP avevano bruciato alcune centinaia di case sempre come rappresaglia cieca e indiscriminata. Il sottoprefetto ucciso aveva poi difeso e giustificato pubblicamente l’opera dei GP in questi villaggi. E’ molto probabile in seguito a queste sue dichiarazioni che i ribelli sono venuti a Ngaoundaye per ucciderlo. Venerdì 1.6.2007 La notte è stata calma. Non ci sono più spari. Qualche persona, molto cautamente, esce dalla brousse e viene a vedere la sua casa, recuperare quel che può essere scampato alle ruberie dei GP o al fuoco, cercare un po’ da mangiare, constatare il disastro. Hanno molta paura che i GP tornino per continuare l’opera di distruzione. Non c’è più nessuna autorità: sindaco, gendarmi, polizia. Tutti fuggiti. In mattinata, i frati, le Sorelle, il medico e alcuni responsabili della JAC e delle comunità di base che sono usciti dalla brousse al richiamo dei padri, si riuniscono al centro culturale della missione per vedere insieme il da farsi. Il medico insiste con la gente che tornino al villaggio perché le piogge sono iniziate e il pericolo delle malattie aumentano specie per i bambini. Il responsabile del liceo dice che gli allievi devono tornare per terminare i corsi e preparare gli esami previsti per il 10 giugno. Viene creato un comitato per recensire le case bruciate e le altre perdite. Viene deciso di utilizzare alcune aule delle scuole e del liceo per ospitare i senza tetto, lasciando libere le aule necessarie per terminare l’anno scolastico. Verranno anche utilizzate le case del centro di formazione dei catechisti, del centro culturale della missione e altri edifici atti ad ospitare, almeno per un tempo, i senza tetto. Alla fine della riunione, sono presenti oltre 250 persone, uscite pian piano dalla brousse. Il comitato del censimento si mette subito al lavoro. Verso le ore 18, presenta le cifre: oltre 540 case di abitazione bruciate, senza contare le cucine – che in genere sono esterne alla casa – e i granai. I senza tetto sono circa 3.000. le cose rubate dai GP o bruciate con la casa sono impossibili da quantificare, ma per la gente di qui è tutto quel poco che hanno. Ora non hanno più nulla. All’ospedale, il medico e qualche infermiere rimasti assicurano il servizio necessario per i malati rimasti. La sera, i frati riescono a recuperare l’auto perquisita dai militari. Sabato 2.6.2007 Il comitato si riunisce ancora per continuare il lavoro. Viene ribadita la necessità che la gente torni al villaggio. Ma la paura di un ritorno dei GP è molto grande. Viene deciso che i frati vadano in Tchad e in Cameroun a incontrare la gente che vi si è rifugiata al di là del confine per convincerli a tornare. Cosa che sarà fatta l’indomani, domenica. Molto sono partiti decisi a restarci e non tornare più in RCA, causa la situazione che diventa insopportabile. Pian piano, si viene a sapere che l’ordine di attaccare Ngaoundaye è partito dall’alto. Un militare avrebbe detto a un suo compagno che esitava ad appiccare il fuoco alle case: “brucia pure, che questo farà piacere in alto”. I GP restano alla loro base di Bang e non si fanno vedere a Ngaoundaye. Domenica 3.6.2007 Si celebra la messa in parrocchia con un buon numero di cristiani. Il ritrovarsi, parlarsi, pregare e cantare insieme il Signore, aiuta a ritrovare la speranza e ridà coraggio per andare avanti. La pioggia che cade con forza sin dal mattino ha certamente impedito ad altri di uscire dal loro rifugio in brousse e di spingersi fino alla parrocchia. La stagione delle piogge è cominciata bene: una benedizione dopo sei mesi di siccità della stagione secca. E’ tempo ormai di seminare e piantare per poter poi raccogliere i frutti del proprio lavoro e continuare a vivere. Ma, senza casa è difficile vivere. E per rifare la casa, in questa stagione non si trova più l’erba adatta e sufficiente per rifare i tetti. Bisogna aspettare la prossima stagione secca, fra sei mesi. Ora si tratta di fare il più urgente: dare un tetto, seppur provvisorio, e trovare il necessario da mangiare almeno per un po’ di tempo per tutta questa gente che ha perso tutto. La paura dei GP e delle loro angherie e lo scoraggiamento di vedersi trattare come bestie da coloro che dovrebbero invece proteggerli minano anche i forti e pazienti Pana. Ci vorrà molto coraggio per ricominciare. Oggi in RCA è la festa della mamma. A Bangui, la capitale, e altrove in tutto il paese, ci sono grandi manifestazioni pubbliche, con feste e ricevimenti ufficiali. Alcune mamme sono decorate dalle autorità. Le mamme di Ngaoundaye e i loro figli, anche loro cittadini dell’RCA, la vivono nella sofferenza, nella paura e nella privazione di tutto: la loro casa e la loro dignità. |
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| Una delle tante AFRICHE | ||||||
Omaggio a Ryszard Kapuscinski Terra varia e multicolore, ricca di odori e di sensualità, di umori, di una forza che sconvolge, dove lo spazio diventa un’astrazione. Terra antica e selvaggia, estesa al di là delle proprie montagne. Dove tutto ha avuto origine e dove tutto è ancora legato alle origini; dove si sente palpitare il cuore dell’Africa profonda. Paesi la cui storia parla di antichi imperi medievali, di commerci, di sfruttamento, di razzie, ma anche di culture millenarie che hanno saputo mantenere vive le proprie diversità e così facendo non sono state alterate. I riti, le danze con le maschere, il culto degli antenati; le statue rituali con le braccia rivolte verso un cielo del quale questi popoli sembrano conoscere i più oscuri segreti. Le pratiche magiche, gli oracoli, le divinazioni; guaritori, stregoni ed antichi feticci. In un labirinto di dèi, poveri ma potenti. Territori vergini con popolazioni quasi sconosciute e legate a ritmi ormai invariati da secoli. Terra di uomini: gli Etiopi, la prima popolazione; gli Ashanti e una storia ricca di una ritualità sfarzosa; i Peulh Mbororo, il popolo pastore che ha con le mandrie un rapporto stretto che assume sfumature mistiche; i Pigmei, schivi abitatori delle foreste più profonde; i Dogon, con una esistenza ancora scandita da credenze assolutamente originali fatte di magia e di mistero. I Somba, gli Hammer, i Karo, i Mursi, i Conso, i Musgum, i Kouromba, i Lobi, i Koma…. A testimoniare ed affermare l’orgoglio di una storia antica! |
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